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Intelligenza artificiale nella Pubblica Amministrazione: quando la decisione automatizzata è illegittima

16
Lug, 2026

Sempre più spesso cittadini, imprese e professionisti si trovano davanti a provvedimenti generati (in tutto o in parte) da un algoritmo: un’esclusione da un concorso pubblico decisa da un sistema informatico, la revoca automatica di un permesso di lavoro, un diniego di accesso motivato con “il sistema ha rilevato una difformità”.

In questi casi la domanda che ogni interessato si pone è sempre la stessa: può un algoritmo decidere al posto di un funzionario, senza che nessuno controlli davvero l’esito? La risposta, alla luce della più recente giurisprudenza amministrativa, è no: la legge impone che dietro ogni decisione automatizzata resti sempre un controllo umano effettivo, e la sua assenza rende il provvedimento impugnabile. In questo articolo spiego quando la decisione algoritmica della Pubblica Amministrazione è legittima, quando invece può essere annullata, e come tutelarsi con l’assistenza di un avvocato esperto in diritto amministrativo.

Cosa si intende per decisione amministrativa “algoritmica”

Non tutte le procedure informatizzate della PA sono uguali. Occorre distinguere tra:

  • algoritmo di mero supporto, che fornisce all’amministrazione un dato tecnico (ad esempio la corrispondenza di un file, un calcolo, un controllo formale), ma lascia all’organo umano la decisione finale;
  • decisione amministrativa algoritmica in senso proprio, in cui il software non si limita a suggerire ma produce direttamente l’esito (esclusione, diniego, revoca), spesso senza un atto formale che lo recepisca.

Questa distinzione, elaborata dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 4857/2025, non è affatto teorica: cambia radicalmente le garanzie a cui l’interessato ha diritto, incluso l’accesso al codice sorgente del software utilizzato dall’amministrazione.

Il principio della “riserva di umanità”: la macchina non può sostituire il funzionario

La giurisprudenza amministrativa ha consolidato negli ultimi anni un principio che i giuristi chiamano riserva di umanità (o human oversight): qualunque sia il livello di automazione di una procedura pubblica, deve sempre esistere un contributo umano effettivo, capace di controllare, validare o addirittura correggere l’esito prodotto dal sistema informatico. Non è sufficiente che un funzionario “clicchi” per confermare formalmente quanto deciso dal software: il controllo deve essere sostanziale.

Questo principio trova oggi un preciso aggancio normativo nella legge 23 settembre 2025, n. 132, che all’art. 14 stabilisce che l’uso dell’intelligenza artificiale nella PA avviene “in funzione strumentale e di supporto all’attività provvedimentale, nel rispetto dell’autonomia e del potere decisionale della persona che resta l’unica responsabile”. Un principio rafforzato anche dal Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act), che classifica come sistemi “ad alto rischio” quelli utilizzati per assistere le decisioni pubbliche e giudiziarie, imponendo meccanismi di sorveglianza umana effettiva.

Un caso concreto: quando l’algoritmo di un concorso pubblico penalizza il candidato

Un esempio molto istruttivo riguarda un concorso pubblico per l’immissione in ruolo di docenti, gestito tramite piattaforma telematica. Un candidato aveva dichiarato correttamente il proprio requisito per accedere a una riserva di posti, ma lo aveva inserito in una sezione della domanda diversa da quella prevista dal sistema. Risultato: l’algoritmo non ha applicato la riserva, escludendo il candidato dal beneficio nonostante il requisito fosse comunque presente e riconoscibile nella domanda.

Il TAR Lazio, con la sentenza n. 1985/2026, ha accolto il ricorso del candidato, affermando un principio destinato a fare scuola: l’errore materiale nella compilazione di una domanda telematica non può essere sanzionato automaticamente dal sistema se il requisito è comunque dichiarato, perché lo stesso criterio di buon senso già valido nelle procedure “cartacee” “deve valere nelle procedure algoritmiche in virtù del principio della riserva di umanità”. In altre parole: la rigidità del software non può prevalere sulla sostanza della domanda, e l’amministrazione non può “nascondersi” dietro l’automatismo per giustificare un esito ingiusto.

Revoche e dinieghi automatizzati: quando serve una norma di legge

Un altro fronte molto delicato riguarda i provvedimenti generati automaticamente dal sistema informatico, senza un atto formale sottostante: è il caso, ad esempio, della revoca di un nulla osta al lavoro comunicata direttamente dalla piattaforma, senza che alcun funzionario abbia formalmente adottato l’atto.

Il TAR Veneto, con la sentenza n. 1845/2025, chiamato a giudicare proprio un caso di questo tipo, ha annullato il provvedimento affermando il principio della “legalità algoritmica”: la gestione automatizzata di un procedimento amministrativo è ammessa solo quando una legge dello Stato la preveda espressamente, con adeguate garanzie per l’interessato. In assenza di una base legale specifica — e richiamando sia l’art. 22 del GDPR (che vieta le decisioni basate unicamente su un trattamento automatizzato con effetti significativi sulla persona) sia l’art. 14 della l. n. 132/2025 — l’automazione integrale del procedimento è illegittima.

Questo significa, in concreto, che se ricevi una comunicazione della PA generata “dal sistema”, senza che sia chiaro chi e come abbia effettivamente valutato il tuo caso, hai buoni margini per contestarla.

Accesso agli atti e trasparenza dell’algoritmo: cosa puoi chiedere

Un ulteriore strumento di tutela, spesso sottovalutato, è il diritto di accesso alla logica con cui l’algoritmo ha operato. Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4929/2025, ha ribadito che, quando un sistema informatico gestisce in forma automatizzata dati rilevanti per un provvedimento (ad esempio contributi pubblici o esclusioni da bandi), l’amministrazione non può opporre le proprie difficoltà tecniche per negare l’accesso, dovendo sempre garantire tre principi cardine:

  • conoscibilità e comprensibilità della logica algoritmica utilizzata;
  • non esclusività della decisione, cioè la presenza di un controllo umano reale;
  • non discriminazione algoritmica, ossia l’assenza di esiti sistematicamente ingiusti verso determinate categorie di soggetti.

Sapere di poter richiedere questi elementi è spesso il primo passo per costruire un ricorso solido.

Cosa fare se ritieni di essere stato danneggiato da una decisione automatizzata

Se hai ricevuto un diniego, un’esclusione o una revoca che ritieni ingiusta, generata (anche solo in parte) da un sistema informatico, è importante muoversi rapidamente: i termini per impugnare i provvedimenti amministrativi davanti al TAR sono brevi (in genere 60 giorni dalla notifica o dalla piena conoscenza dell’atto). Un’analisi tempestiva della documentazione, unita a una richiesta di accesso agli atti sulla logica utilizzata dal sistema, permette spesso di individuare vizi decisivi per il ricorso: assenza di controllo umano, mancanza di base legale per l’automazione, errore riconoscibile ma non corretto dal sistema.

Se ti trovi in una situazione simile, rivolgersi a un avvocato esperto in diritto amministrativo e nuove tecnologie consente di valutare con tempestività la strategia più efficace, prima che i termini di impugnazione scadano. Puoi contattare lo Studio Legale Torchia per una valutazione della tua posizione: la nostra esperienza in materia di provvedimenti della Pubblica Amministrazione, comprese le decisioni assistite da sistemi automatizzati, ci permette di individuare con precisione i profili di illegittimità più rilevanti nel tuo caso.

Domande frequenti

Un provvedimento della PA generato da un algoritmo è sempre impugnabile? Sì, come ogni provvedimento amministrativo. In più, se manca un controllo umano effettivo o una base legale specifica per l’automazione il vizio è spesso più facile da dimostrare rispetto a un provvedimento “tradizionale”.

Posso chiedere di conoscere come funziona l’algoritmo che ha deciso il mio caso? Sì. Come affermato dal Consiglio di Stato, hai diritto di accesso alla logica e ai criteri con cui il sistema ha operato, specialmente se la decisione ha prodotto un effetto negativo diretto nei tuoi confronti.

Un errore mio nella compilazione di una domanda telematica giustifica sempre l’esclusione automatica? Non necessariamente. Il TAR Lazio ha chiarito che, se il requisito rilevante era comunque dichiarato, anche in una sezione diversa da quella prevista, la giurisprudenza più recente tende a tutelare l’interessato in nome della riserva di umanità.

Quanto tempo ho per impugnare una decisione automatizzata della PA? Generalmente 60 giorni dalla notifica o dalla piena conoscenza dell’atto: per questo è importante non rimandare la consulenza legale.

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